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E' necessario puntualizzare che il termine "anarchia" significa assenza di comando, (assenza di potere), e non significa affatto caos o disorganizzazione. Questa considerazione ha un valore preliminare per il discorso che ho intenzione di affrontare, poiché in sua assenza nasce la tipica incomprensione di chi associa illogicamente l'assenza di potere con l'assenza di  organizzazione.

Il senso comune, infatti, ritiene che, senza un centro nevralgico da cui s'irradia la coercizione, qualunque sistema non possa funzionare. Chiamerò "analogia del sole"  questo tentativo di deduzione illogica, che ha la presunzione di derivare da una possibilità (l'eventuale assenza di potere) una certezza (la mancanza di organizzazione). Secondo tale analogia, il potere viene percepito dagli individui come un sole, posto al centro, attorno cui gravitano sia i pianeti (che, sempre per analogia, rappresentano le istituzioni attraverso cui il potere agisce sugli individui), sia i loro satelliti, pianetini, comete e meteoriti, (che, nella loro varietà, simboleggiano le molteplici forme di organizzazione umana). Come il sole è necessario perché il sistema solare non si estingua, in quanto è grazie al sole che i pianeti ed i satelliti del sistema mantengono la loro orbita, invece di perdersi nell'infinità dell'universo, si crede che anche il potere sia necessario per fare funzionare le istituzioni e le organizzazioni che garantiscono la collaborazione tra gli individui per un fine comune. L'analogia del sole, quindi, deduce indebitamente l'assenza di organizzazione dall'assenza di potere. Ma se è dimostrato dalla pratica dei fatti che l'individuo è capace di agire e di organizzarsi anche in assenza di un potere che, con la coercizione, ne guidi l'azione (1), allora viene inesorabilmente smentita l'analogia del sole e si dissolve il falso nesso tra l'assenza di potere e l'assenza di organizzazione. Oltre al sistema economico capitalistico, e alla sua organizzazione statuale, vi sono svariate costruzioni politiche e forme organizzative liberamente concordate, fondate sull'uguaglianza e la giustizia di un "ordine naturale" (del quale sono parte la famiglia e la società), invece che sul privilegio e la violenza. Le forme di società che si organizzano senza uno o più centri di potere derivano, pertanto, direttamente  dalla tendenza (2) degli esseri umani a raggrupparsi per il bene comune. E' ora possibile, fugato ogni dubbio di incomprensione, definire l'anarchia "non dalla semplicità di una società priva di organizzazione sociale, ma dalla complessità e dalla molteplicità di forme di organizzazione sociale" (3). Un insieme di organizzazioni che fondano la loro esistenza e la loro reciproca dipendenza sull'eliminazione (4) del potere centrale, sull'assenza dell'autorità. L'anarchia è l'estremo decentramento dei poteri amministrativi della società, che permette anche ai gruppi più piccoli di organizzarsi ed operare secondo le esigenze specifiche della comunità  che comprendono. Antiautoritarismo sociale e libertà individuale sono i suoi punti fermi. "Quando constatiamo  l'impotenza dell'individuo e del piccolo nucleo sociale nel mondo di oggi, e ce ne chiediamo la ragione, dobbiamo ammettere che l'accentramento di potere nello Stato moderno, militarista e industriale, non costituisce l'unica causa di questa impotenza, il cui fondamento va ricercato, soprattutto, nella generale delega di potere allo Stato. Si ha l'impressione che l'individuo, per omissione o per trascuratezza, o per un comportamento ormai condizionato e privo di immaginazione, abbia delegato la sua personale quota di potere a qualcun altro piuttosto che utilizzarla in prima persona" (5). Qui non si parla di distruggere lo Stato attraverso una grande rivoluzione. Più semplicemente, è il caso di constatare che lo Stato, in quanto forma dei rapporti e dei comportamenti degli esseri umani, può essere sostituito da altre forme di comportamento e da altri tipi di rapporti umani, che garantiscano la riappropriazione e la riutilizzazione della "quota di potere" momentaneamente persa. Lo Stato è un modo possibile di stare insieme degli individui, non è l'unico modo possibile. In alternativa, infatti, si pone l'infinita varietà delle "reti" di individui e di gruppi locali sparsi sul territorio, che si aggregano per prendere decisioni comuni e definire i propri obiettivi nella più totale autonomia. Si inscrive in tale contesto la teoria di  Louis Mercier Vega, secondo la quale la categoria della libertà "non può essere pensata senza l'effettivo esercizio anarchico di un potere, nel senso di creazione di norme positive che esplicitino il funzionamento di una società libertaria" (6). Se la produzione di norme è una forma originaria della natura umana, la loro applicazione segue due strade diametralmente opposte: quella dispotica dell'imposizione unilaterale e quella anarchica della libera accettazione e condivisione.

 


 

"Numerose categorie concettuali concorrono alla definizione della teoria sociale anarchica, tra le altre quelle di azione diretta, di autonomia, di autogestione, di decentramento e di federalismo " (7).

Per azione diretta, che implica l'alto grado di considerazione dell'agire umano come intervento attivo sul mondo circostante, s'intende quel tipo di azione che permette agli individui o ai gruppi di "raggiungere lo scopo desiderato" nei limiti delle proprie capacità o di quelle del gruppo (per esempio, le forme di resistenza dei lavoratori, la disobbedienza civile, la lotta per i diritti civili). E' la presa di coscienza delle proprie dirompenti potenzialità, e la loro conseguente messa in atto per spezzare i lacci della costrizione, fisica e mentale, che l'ambiente istituzionalizzato contemporaneo cerca di imporre a tutti i membri della società. L'azione diretta è quella di chi si batte per il riconoscimento delle proprie libertà, dei propri diritti, dell'autonomia che gli consente, se fondata sull'uso della ragione, di dissentire da ogni forma di imposizione del potere e di opporgli la propria diversità, anche se questo comporta una forte assunzione di responsabilità.

Autonomia è il diritto di autodeterminarsi e amministrarsi liberamente senza i limiti di un potere superiore che controlla ogni tentativo di sconfinamento. In altre parole, è la migrazione del potere dall'esterno all'interno, ovvero dallo Stato, dalle istituzioni, al soggetto che si da la propria legge . E' il potere del singolo che legifera su se stesso. L'imposizione di mansioni degradanti da parte di ogni istituzione autoritaria produce, di frequente, raccapriccianti "effetti collaterali", come l'indebolimento, quando non addirittura la mancanza, di personalità dell'individuo, che si percepisce come pezzo di una grande macchina, che può essere sostituito in ogni momento. Un oggetto fra altri oggetti non indispensabili. Lo stress permanente della vita sociale confina sempre più spesso la ragione nella solitudine, nella difficoltà di intrattenere relazioni sociali con altri individui, e contrae la versatilità dei singoli alla mera formulazione di desideri. Ma se manca la capacità di crearsi degli obiettivi, langue anche, e soprattutto, la spinta per raggiungerli, unico antidoto per evitare l'intorpidimento dell'agire umano. L'individuo evita, quindi, di assumersi ogni responsabilità riguardo la propria esistenza, e si dispone a vivere agli ordini di qualcun altro, a svolgere i propri compiti e a seguire acriticamente le regole. A partire dalla constatazione di un panorama così desolante, il pensiero libertario contemporaneo punta ad eliminare qualunque istituzione che rappresenti la rigidità, l'autoritarismo, la gerarchia e l'obbedienza cieca, opponendovi la fiducia di ogni individuo nelle proprie capacità a partire dall'autonomia dell'agire e del pensare, e dalla responsabilità sociale nei vari aspetti del "rispetto" e dell'aiuto reciproco. Ogni aspetto della vita può contribuire alla "pratica della libertà".

Con il termine autogestione, l'anarchismo  articola la precedente concezione di autonomia, esprimendo un'idea che, nonostante appaia ovvia per la semplicità con cui se ne deduce la ragionevolezza, si è invece riuscito a trasformare in utopia, in desiderio irrealizzabile . E' la gestione di un qualsiasi settore di attività, o anche di un ente, di un istituto, di una scuola, assunta dagli individui che vi operano o che ne fanno parte, e svolta attraverso propri organi di rappresentanza, con facoltà di decisione autonoma e indipendente (cosa c'è di più ovvio e giusto del fare in modo che a decidere quali vestiti indossare sia chi quei vestiti li indossa?) . L'autogestione implica l'organizzarsi politico dei membri del gruppo che, nel confronto continuo e serrato, promuovono, nonostante le enormi difficoltà che ciò comporta (8), desideri e bisogni collettivi, senza che un'autorità esterna intervenga ad imporre le proprie direttive . Nell'autogestione, oltre ad abituarsi al confronto con gli altri con i quali si deve necessariamente convivere, s'impara a crescere senza essere guidati da nessuno, constatando di persona successi ed insuccessi: l'individuo diventa adulto nel momento in cui fa della propria indipendenza la base del proprio agire.

Azione diretta, autonomia ed autogestione sono, quindi, l'elaborazione di un unico principio, il più importante  dell'anarchismo : la libertà dei singoli e dei gruppi.

Nella pratica politica,  la libertà è il frutto di due movimenti armonici, uno che nasce dalle coscienze individuali, come ho appena finito di spiegare, e l'altro che dipende dalle caratteristiche che regolano le varie forme di organizzazione umana: il decentramento ed il federalismo . Il decentramento è un modo di organizzazione sociale che prevede il trasferimento di attribuzioni, funzioni e possibilità di prendere decisioni, in precedenza unificate e centralizzate, ad associazioni periferiche. L'attribuzione del potere deliberativo ad associazioni periferiche, che non sono organi di un potere centrale, si intreccia con il federalismo di gruppi auto-organizzati su interessi individuali e collettivi, e sui bisogni della produzione e della difesa : innumerevoli e liberi raggruppamenti di associati in base alla condivisione di idee, desideri e gusti collettivi; una moltitudine di  corpi rappresentativi che diffondono e coordinano individui vicini e lontani e che agiscono attraverso la circolazione delle  informazioni, la consultazione ininterrotta, il mandato imperativo, la rotazione delle cariche, insomma attraverso ogni forma che limiti il potere."L'organizzazione amministrativa dovrebbe strutturarsi già localmente e quanto più possibile sotto il diretto controllo popolare; il processo confederativo dovrebbe partire dagli individui che si uniscono in comuni e associazioni. Al di sopra di questo primo livello, l'organizzazione confederativa dovrebbe essere soprattutto organo di coordinamento tra unità locali più che organo amministrativo. Così, al posto dello Stano nazionale si avrebbe  una federazione di federazioni, in cui verrebbe espresso l'interesse tanto della regione più piccola come di quella più grande e in cui ogni questione verrebbe risolta con mezzi come l'accordo reciproco, il contratto,  l'arbitrato" (9).

Il federalismo anarchico concentra l'attenzione sulla molteplicità interna piuttosto che sull'insieme. L'apatia ed il distacco, percepiti dai cittadini all'interno di istituzioni limitative, possono diminuire notevolmente di grado proprio incoraggiando l'iniziativa e la decisione locali . E' come un innesto di vitalità che motiva l'attività dei singoli. Anche nel momento in cui i membri di diverse organizzazioni non si dovessero conoscere personalmente, il principio federalista mantiene la forza del suo impatto sociale, in quanto radica  la sua forza in un "nocciolo duro", il legame iniziale di ogni piccolo nucleo. La moltiplicazione di quei nuclei e delle varie forme di aggregazione aumenta anche la forza di un legame che non è imposto dall'alto, e i cui effetti si disperdono quando raggiungono la base, ma che nasce dalla base stessa, e si rafforza man mano che cresce e si espande.

E' evidente, dal rigore e dalla forza dei suoi principi, che il movimento libertario tende ad erodere le basi su cui si costituisce lo Stato "concepito come la formalizzazione e l'irrigidimento del potere non utilizzato, per abdicazione, dalla società", e fondato su "una coalizione di élite politiche, militari ed economiche, che occupano uno spazio lasciato puramente e semplicemente vuoto dal resto della società" (10). Il potere coercitivo dello stato deve tornare nelle mani di chi ha reso e rende possibile la sua esistenza. Gli individui devono riappropriarsi del potere lasciato in delega ad altri, vizio che con il tempo si è trasformato in abitudine, in normalità, nella convinzione che quell'atteggiamento, almeno, non implichi preoccupazioni eccessive e garantisca un'accettabile condizione di stabilità. Ma il punto è un altro: è meglio stare bene nella finzione di essere liberi o è preferibile la libertà, anche se la sua prerogativa è l'incertezza? Non credo che un individuo, fiero della sua unicità, abbia remore a dichiararsi propenso alla libertà, anche a costo di "complicarsi la vita". E' una forma di dignità della vita umana. Solo la libertà permette di esprimere ed ampliare le proprie capacità, e soltanto se non si è soggetti al dominio o all'autorità altrui, se si può agire a proprio arbitrio, senza subire una coazione esterna che limiti, materialmente e moralmente, la volontà e i movimenti.

 


 

"Una componente importante nell'impostazione anarchica dei problemi organizzativi è costituita da quella che potremmo definire la teoria dell'ordine spontaneo. Essa sostiene che, dato un comune bisogno, le persone sono in grado, tentando e sbagliando, con l'improvvisazione e l'esperienza, di sviluppare le condizioni per il suo ordinato soddisfacimento; e che l'ordine cui si approda per questa via è di gran lunga più duraturo, e funzionale a quel bisogno, di qualsiasi altro imposto da un'autorità esterna" (11). Il continuo interagire con gli altri nella vita di tutti i giorni dimostra che l'individuo ha una tendenza naturale a determinare autonomamente gli obiettivi comuni e a perseguirli . Forme di ordine spontaneo si costituiscono prima che l'individuo inserisca la sua azione in qualche sistema di potere: lo esige l'innata componente anarchica dei suoi atteggiamenti, che lo salva dall'essere definitivamente schiacciato sotto l'insostenibile peso di un sistema di potere. Senza la libertà del movimento spontaneo, dove, cioè, vigono il metodo e l'autorità, si realizza comunque qualcosa, ma in questo qualcosa manca la soddisfazione personale dell'agente, che da protagonista si trasforma in puro automa. L'ordine imposto con la forza delle strutture di potere ha uno sviluppo unidirezionale, mentre diametralmente opposto è l'ordine che si sviluppa spontaneamente in quanto rende gli individui consapevoli di essere "animali sociali" in grado di dare forma al proprio destino. Gruppi senza capi, individui che dirigono e sono diretti in un continuo "scambio di autorità e subordinazione", al fine di ottenere lo scopo preposto senza che la voce di nessun membro del gruppo sia messa definitivamente a tacere o subisca l'imposizione altrui. E' la reciprocità (12) la forma di convivenza che offre agli individui una dimensione "umana" in cui operare, che riporta insomma al metro dell'uomo la vita nel mondo. Mi sembra importante, a questo punto, sottolineare quanto sia infinitamente più difficile la via libertaria che impone un continuo confronto con l'errore ed il fallimento come caratteristiche tipiche dell'uomo, rispetto alla via del potere impositivo che preordina ogni cosa senza lasciare nulla al caso, limitando fortemente la creatività. L'anarchismo prevede una continua rimessa in discussione dell'individuo e del suo operato, e solo chi ha una forte considerazione di se stesso accetta di buon grado questa difficoltà, consapevole che gli è possibile raggiungere la felicità soltanto nella difficoltà del tendervi continuamente. Il piacere provato nella facilità è, certo, di gran lunga più superficiale e di breve durata.

"L'incredibile inefficienza di ogni organismo gerarchico - sia esso una fabbrica, un edificio, un'università, un negozio o un ospedale - risulta da due caratteristiche pressoché costanti. La prima consiste nel fatto che la conoscenza e la saggezza delle persone alla base della piramide non hanno alcuno spazio nelle decisioni prese dalla leadership al vertice della gerarchia. Eppure, spesso succede che siano loro a far funzionare l'istituzione nonostante gli organismi dirigenti; oppure che sabotino la funzione apparente dell'istituzione in quanto essa non corrisponde alle intenzioni di nessuno. Il secondo motivo che determina l'inefficienza di queste istituzioni gerarchiche è il fatto che il lavoro è imposto ai singoli dalla necessità economica e non si basa su quell'identificazione in un compito comune che sola può fare affiorare una leadership funzionale e mutevole" (13). La tendenza è quella di frenare lo sviluppo del singolo individuo impedendogli di ampliare le sue propensioni e costringendolo ad una ripetitività condita di imposizioni e limiti. La potenzialità naturale di ognuno sembra costretta alle catene dell'esecuzione non partecipata, della mera riproduzione di qualcosa già fatto altre innumerevoli volte, ed il prodotto appare infinitamente distante dal produttore, che non riconosce in esso la propria espressività, ma la propria costrizione. Perdere il contatto con il frutto del proprio agire è, credo, il primo passo verso il sentimento di frustrazione che caratterizza, purtroppo, sempre più membri della società occidentale contemporanea. Che significato ha l'esistenza di ognuno di noi, se non è possibile rendersi consapevoli di se stessi attraverso l'espressione di ciò che ci rende diversi ed irripetibili? Il libero sfogo delle proprie potenzialità è il sentimento di libertà più intenso dell'individuo che affronta la vita da protagonista, soddisfatto di quello che è e di quello che può diventare, invece che da inetto, sconfortato per ciò che è e terrorizzato da ciò che può diventare.

 


 

L'individuo eccellente supera la distinzione tra "inetto e genio", estirpando dalla società le caratteristiche che determinano tale contrapposizione, e rendendo effettiva la condizione per cui inettitudine e genialità si intrecciano all'interno di ogni singolo individuo. Di conseguenza, risulta impossibile discriminare e forzare una "parte" di qualcuno, perché se ne perderebbe inevitabilmente la parte complementare. Il passo obbligato, perché si verifichi questo superamento, parte dal presupposto di concedere agli individui il diritto di partecipare attivamente "alle scelte, alle decisioni e ai giudizi" che riguardano la loro esistenza, oggi prerogativa di "pochi eletti". "L'equilibrio di potere è infatti il mezzo che può mantenere l'armonia sociale in società così strutturate. In questo caso non si tratta dell'equilibrio di potere quale è stato teorizzato nella diplomazia internazionale del diciannovesimo secolo, ma va interpretato in termini di annullamento reciproco di forze opposte, come è esemplificato in fisica. L'armonia nasce dalla complessità, non dall'unità  indifferenziata" (14) . E' decisiva, a riguardo, la tesi di Kropotkin, secondo la quale in una società senza governo l'armonia risulta dalla "continua acquisizione di equilibrio" tra un gran numero di forze e influenze, che si esplicano in una fitta rete composta da una infinita varietà, per tipo e dimensioni, di gruppi e federazioni . "L'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa" (15).

Per il principio federativo anarchico, infatti, è possibile che gruppi e associazioni locali collaborino tra loro, in funzioni complesse, senza alcun bisogno di un'autorità centrale . Come è possibile che piccoli nuclei di individui collaborino per uno scopo comune senza un capo che ne diriga l'iniziativa, allo stesso modo e senza traslazioni esagerate, è possibile che grandi e grandissimi nuclei di individui trovino il modo di collaborare: è una questione di forza di volontà e desiderio di mettere alla prova le proprie capacità più che una impossibilità di fatto. "La conclusione che traiamo noi anarchici da queste esperienze è che qualsiasi attività umana dovrebbe avere origine in ciò che è locale e immediato, per poi organizzarsi in una struttura senza alcun centro e alcun organo direttivo, in cui si formano sempre nuove cellule quando quelle originarie si espandono" (16) . A supporto di questa idea è il caso di puntualizzare un aspetto della società contemporanea che vede aumentare, in concomitanza con l'indifferenza dei cittadini per le istituzioni, il loro interesse per l'organizzarsi in associazioni volontarie (17), caratterizzate da un grado minimo di istituzionalizzazione, che intervengono su "problemi specifici". Il fatto concreto su cui agire e la consapevolezza di "intervenire per cambiarlo" con il proprio contributo, si situano agli antipodi della partecipazione dei cittadini ad uno spazio pubblico ritenuto ininfluente di fronte agli interessi delle lobby di potere e dei politici che le sostengono . Il rapporto diretto, all'interno, fra i membri del piccolo gruppo sociale e, all'esterno, fra il gruppo e la realtà, legittima l'operato agli occhi della comunità . E' infatti più facile e spontaneo fornire il proprio attivo contributo ad una causa in cui si pensa di poter essere considerati utili e di cui si possono vedere, in pratica, gli effetti . Certo molto di più di una "chiamata alle urne" ogni quattro anni e poi "ognuno ritorni ai propri posti che lo spettacolo sta per cominciare".

Mi sembra, pertanto, inutile rimanere scettici sulle possibilità di miglioramento della società. E' comprovato da una serie infinita di insuccessi il fallimento dell'esercizio del potere centralizzato, burocratico e autoritario. Perché, a questo punto, non ipotizzare un tipo di organizzazione che decentralizzi il potere investendone le singole comunità ? (18)

"La nostra è una società nella quale, in ogni campo, a prendere le decisioni, a esercitare controlli, a limitare le scelte, è sempre un gruppo ristretto di persone, mentre la stragrande maggioranza della gente può solo accettare quelle decisioni, sottoporsi al controllo, restringere il proprio campo d'azione nei limiti delle scelte impostele dall'esterno" (19). Una società libera, invece, è carica di tensioni e di equilibri mutevoli, propensa alla varietà e alla spontaneità più che alla specificità e alla limitazione. L'obiettivo primario è rendere possibile lo "sviluppo autonomo della cooperazione" e "fare affiorare le particolarità individuali ed il senso comunitario" che abbattono i falsi valori del carrierismo e della sete di denaro. L'aspetto più significativo della vita umana, infatti,  è "il bisogno di creare, di costruire e ricostruire, di aggiustare e rifare" negato, ai più, dalle condizioni della contemporaneità . Il "desiderio di essere padroni di se stessi" e di quello che si fa, viene prima di ogni cosa. Alla società, e quindi alla grandezza degli individui che la compongono, il compito di "garantire a tutti ciò che più di ogni altra cosa desiderano: la possibilità di rendersi utili" (20).

L'anarchia prevede un percorso di immediata comprensione, ma di difficile applicazione in un mondo che si organizza in maniera esattamente opposta . Ma ogni grande azione dell'individuo si è sempre fondata su una forte consapevolezza delle proprie capacità e sulla chiarezza degli obiettivi che si volevano perseguire, spesso in contesti a dire poco proibitivi.

 


 

L'importante è comprendere, anzitutto facendo leva sul bisogno di onestà della ragione, che i principi libertari, sia nella loro unicità sia nel loro interagire, non sono imposti da nessuno.

"L'anarchismo, infatti, è per definizione un'ideologia sincretica. E' nato in contrapposizione al liberalismo e al socialismo proprio perché se questi ultimi hanno interpretato i valori della libertà e dell'uguaglianza in modo indipendente, esso li ha intesi come valori  inscindibili. L'anarchismo  ritiene impossibile pensare e attuare l'una se non pensando e attuando, contemporaneamente, l'altra. Di qui, appunto, la natura sincretica dell'ideologia anarchica: appena si fa riferimento ad un valore, ad un concetto, immediatamente questo richiama tutti gli altri, e tutti non reggono, da un punto di vista anarchico, se non pensando l'uno in riferimento all'altro. Ecco perché l'anarchismo è un'ideologia carica di 'esagerazioni' . Tutto è esagerato, nell'anarchismo, perché tutto è necessitante: ogni valore è assunto infatti nella sua integralità effettiva e nella sua radicalità ontologica . La libertà, l'uguaglianza, la diversità, la solidarietà, i valori fondanti dell'ideologia, sono portate alla loro verità ultima" (21).

Il radicalismo anarchico contemporaneo non può tradursi in una rivoluzione sociale insurrezionale che da un giorno all'altro cambia la vita degli uomini. Io non ci credo. Ritengo piuttosto che il pensiero libertario debba fluire nelle coscienze come movimento intellettuale e, di conseguenza, come modo di comportarsi negli scambi quotidiani che caratterizzano la vita degli individui. La rivoluzione si attua, anzitutto, nelle coscienze individuali, fornendo gli strumenti intellettuali per riconsiderare la propria condizione ed il coraggio per cambiarla nella realtà di ogni giorno.

Ha ragione Cornelius Castoriadis, secondo il quale bisogna "lavorare per sostituire un immaginario ad un altro immaginario di diversa significazione. Una società libera ed egualitaria non nasce da un atto rivoluzionario risolutore, ma dalla creazione di un immaginario radicalmente diverso dall'esistente nella misura in cui questo immaginario si costituisce nella consapevolezza di essere tale, cioè nella consapevolezza di essere creazione voluta, creazione 'arbitraria'" (22). L'artefice della società è e rimane l'individuo, il quale non deve in nessun caso percepire il prodotto del suo agire più forte delle proprie capacità di modificarlo. Solo in questo modo è possibile una svolta nel modo di affrontare i mali che limitano lo sviluppo di tale società e nelle strategie per combatterli senza violare la libertà delle persone. Indice dell'efficacia è il metodo adottato: "…la diffidenza anarchistica noi possiamo incanalarla in senso metodologico e rivolgerla criticamente su entrambi i lati : sia contro la cecità sistemica di ogni teoria normativa della democrazia che non si accorga di come i suoi fondamenti siano già stati burocraticamente espropriati, sia contro lo straniamento feticistico di ogni teoria sistemica che liquidi gli elementi normativi ed escluda, fin dal piano dell'analisi, la possibilità di una comunicazione riflessiva della società che si metta a fuoco nel suo insieme" (23) .

 


 

Il gradualismo, teorizzato dall'americano Paul Goodman, per esempio, è un modo possibile di permettere al pensiero anarchico contemporaneo di  diffondersi senza imporsi a nessuno, come prospettiva risolutrice. E' la consapevolezza che la volontà di migliorare le condizioni degli individui non deve tendere ad una ideale società idilliaca, ma deve svilupparsi quotidianamente nel contraddittorio dei membri della comunità ed applicarsi a situazioni reali e circostanziate. L'anarchia non è un'isola felice, ma una permanente tensione che permette di agire e muoversi nella società al fine di trasformarla con l'unico criterio della maggiore libertà dei suoi membri, e non per ulteriori sottomissioni o imposizioni. Ecco il motivo per cui è necessario, in primo luogo, individuare quali sono gli ambiti della società attuale che permettono una vita più libera o, come ipotizza Goodman in mancanza di tali ambiti, "aprire aree di libertà e difenderle" : bisogna concentrare ogni energia per ampliare gli spazi di libertà, affinché il "buco" si trasformi in "voragine", espandendosi a macchia d'olio. Il gradualismo è l'unico modo attraverso cui attuare cambiamenti nelle società complesse contemporanee, poiché in questo modo è possibile evitare la confusione e la disperazione che tendono a produrre e a facilitare l'instaurarsi di dittature. "Goodman ha voluto dimostrare come sia enormemente dilatato il criterio teorico     volto a ricercare il principio di un'alternativa libertaria ed egualitaria alla società presente . Alla credenza di un'evoluzione storica carica di una valenza univoca di sviluppo, per cui anche il momento di una possibile rottura rivoluzionaria è inscritto nella univocità di questo percorso, si è sostituita la più duttile indagine di varie contro-tendenze a valenza libertaria ed egualitaria latenti negli interstizi della società presente .Vari embrioni di controsocietà attraversano le esperienze più significative nei vari campi dell'attività umana e dimostrano, con la loro esistenza, la possibilità di pensare una diversa ed opposta organizzazione sociale, rendendo allo stesso tempo evidente l'arbitrarietà del principio di autorità . Esse non costituiscono una soluzione unitaria della 'questione sociale', ma un insieme di possibilità pratiche nella vita economica, sociale e    culturale" (24).

L'anarchia, intesa come criterio radicalmente diverso secondo cui organizzare la società, è il costituirsi di una comunità in cui non vige il principio di dominio, e che non si  crea  ex novo  come "altro" rispetto a quello che la precedeva, ma dall'intrecciarsi continuo di una esperienza di libertà e di uguaglianza. "L'anarchismo, in tutte le sue forme, è un'affermazione della dignità e della responsabilità degli esseri umani. Non è un programma di mutamenti politici, ma un atto di autodeterminazione sociale" (25).

La libertà non può essere imposta, altrimenti diventa un credo, va semplicemente proposta come alternativa possibile. I successi della libertà applicata alla vita dell'individuo non sono mai stati smentiti, anzi hanno dimostrato quanta forza essa contenga anche dinanzi a situazioni ritenute impossibili per la sua sopravvivenza. E' l'unico strumento attraverso il quale oggi è possibile che, nella società, si concili il sentimento comunitario all'interno di piccoli nuclei con la "coscienza universale" dell'intera umanità : una "rete" di potere comunicativamente prodotto, in senso habermasiano, da tutti gli individui e tutte le comunità possibili del mondo .

 


 

(1) Le marce di protesta, le occupazioni generalizzate, i pop-festival, le varie forme di "Comune", determinate situazioni post-rivoluzionarie come quella spagnola del 1936,  gli scioperi, i consigli di quartiere, le associazioni locali, tutte le forme di gioco, le cooperative di lavoro controllate dai lavoratori stessi, i sindacati e ancora molto altro .

(2) A tale proposito gli scritti di Noam Chomsky, partendo dall'idea che la natura umana ha una sua struttura originaria, che raccoglie un insieme di elementi fissi e immutabili (ad esempio la "coscienza della libertà" che risiede in ogni individuo), dimostrano la possibilità di creare condizioni e forme sociali tali da garantire al massimo la libertà stessa, la diversità e l'autorealizzazione individuale . Una realizzabilità potenzialmente infinita delle possibilità creative dell'individuo, piuttosto che una loro limitazione . La dimostrazione di tali possibilità è data dal linguaggio (il cui modello teoretico si può applicare anche alla storia delle società umane) : di per se stesso è oggettivamente determinato, ma i suoi modi di combinazione interna variano ampiamente . "Principi generativi" liberi ed infinitamente vari all'interno di leggi e principi fissi .

(3) Colin Ward, La pratica della libertà, elèuthera, Milano 1996, p.63 .

(4) Robert Nozick giustifica invece lo "stato minimo" ridotto strettamente alle funzioni di protezione contro la forza, il furto, la frode, e di esecuzione dei contratti . "Lo stato minimo ci tratta come individui inviolati, che non possono essere usati dagli altri in certe maniere come mezzi o arnesi o strumenti o risorse; ci tratta come persone che hanno dei diritti individuali con tutta la dignità che ne proviene . Trattandoci con rispetto perché rispetta i nostri diritti, ci permette, individualmente o con chi meglio crediamo, di scegliere la nostra vita e di conseguire i nostri fini e l'idea che abbiamo di noi stessi, nel limite delle nostre capacità, aiutati dalla cooperazione volontaria di altri individui investiti della stessa dignità" . Qualsiasi stato più esteso è ingiustificato perché viola i diritti delle persone di non essere costrette a compiere certe cose . ( Anarchia stato e utopia, Le Monnier, Firenze 1981, p.353) .

(5) Colin Ward, op. cit. , p.18 .

(6) Giampietro N. Berti, Un'idea esagerata di libertà, elèuthera, Milano 1994, p.188 .

(7) Colin Ward, op. cit. , p.22 .

(8) "Ciò vuol dire che non si può pensare di abolire le contraddizioni, cioè il dinamico modo di essere di tali forze, ma solo di regolarle creando sempre nuovi equilibri capaci di rispondere al continuo fluire del cambiamento, linfa vitale della libertà" . (Giampietro N: Berti, op. cit. , p.74) .

(9) Colin Ward, op. cit. , p.69 .

(10) Ibid. , op. cit. , p. 29 .

(11) Ibid. , op. cit. , p.32 .

(12) Da citare la critica di Iris Marion Young : "Nella comunità, le persone cessano di essere l'altro opaco, incompreso, per diventare capaci di empatia reciproca, di fusione, e di comprendere l'altro come comprendono se stesse . Tale ideale della trasparenza reciproca dei soggetti nega la differenza, l'asimmetria di fondo dei soggetti . Come Hegel osservò per primo e l'analisi di Sartre ha approfondito, le persone si trascendono necessariamente le une rispetto alle altre, perché la soggettività è negazione . Lo sguardo dell'altro è sempre oggettivante . Gli altri non vedono mai il mondo dalla mia prospettiva, e quando lo sguardo oggettivante dell'altro si impossessa del mio corpo, delle mie azioni e delle mie parole, sono sempre messa di fronte a un'esperienza di me diversa da quella che ne ho io . Questo reciproco trascendersi dei soggetti è appunto ciò che rende possibile la condivisione tra noi, un fatto a cui Sartre sembra dare meno rilievo di Hegel . La condivisione, tuttavia, non è mai totale comprensione e  reciprocità . E inoltre è fragile : l'altro può sempre, da un momento all'altro, dare alle mie parole un'interpretazione diversa da quella intesa da me o spingere le mie azioni a conseguenze che io non intendevo . La stessa differenza che rende possibile la condivisione fa anche dell'incomprensione, del rifiuto, dell'abbandono e del conflitto condizioni sempre possibili del nostro essere insieme". (Iris Marion Young, La politica delle differenze, p.290) .

(13) Colin Ward, op. cit., pp.51-52 .

(14) Ibid. , op. cit. , p.62 .

(15) Ibid., op. cit. , p.65 .

(16) Ibid, op. cit. , p.74 .

(17) "Il modello organizzativo dell'associazione volontaria - a differenza dello 'stato di natura', che è costruzione di tipo individualistico e giuridico-razionale - è un concetto sociologico che ci consente di pensare in maniera 'non contrattualistica' relazioni spontaneamente nate libere dal dominio . Allora la società libera dal dominio non ha più bisogno di essere concepita come quell'ordinamento strumentale, quindi pre-politico, risultante dai contratti, cioè dalle interessate intese di privati che agiscono in maniera strategica . Integrata dalle associazioni invece che dai mercati, la società verrebbe allora a costituirsi come un ordinamento 'politico' e nello stesso tempo 'libero dal dominio' . Gli anarchici riconducono il processo di socializzazione a impulsi diversi da quelli teorizzati dal moderno diritto naturale : cioè non all'interesse che spinge all'utile scambio dei beni, bensì alla disponibilità verso un'intesa che risolve problemi e coordina azioni". (Jurgen Habermas, op. cit. , p.91)

(18) Prima di rispondere a questa domanda bisogna considerare anche il 'pericolo' potenziale del fenomeno associativo messo in luce da Ota de Leonardis . "Vi sono presenti per esempio forme associative che generano una chiusura particolaristica in altrettanti piccoli 'noi' tra loro concorrenziali, e in opposizione a volte dichiarata a valori e norme universalistiche; e che perciò alimentano le tendenze al moltiplicarsi di separazioni e fratture tra comunità di discorso e di azione tra loro incomunicanti . In questi casi la forza dell'identità di gruppo della singola organizzazione, del sentimento di appartenenza, corrisponde ad una drastica riduzione dello spazio di quest'appartenenza, della densità e pluralità delle voci che la interpretano e la elaborano . Queste riedizioni della 'comunità' - dove prevalgono relazioni segmentarie fondate sulla somiglianza - hanno indotto a parlare di 'nuovo tribalismo' ". (Ota de Leonardis, op. cit, p.180)

(19) Colin Ward, op. cit. , p.88 .

(20) Ibid. , op. cit. , p.152 .

(21) Giampietro N. Berti, op. cit. , p.13 .

(22) Ibid. , op. cit. , p.183 .

(23) Jurgen Habermas, op. cit. , p.92 .

(24) Giampietro N. Berti, op. cit. , p.180-181 .

(25) Colin Ward, op. cit. , p.204 .

 

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