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A questo punto, Kant introduce la nozione di sensus communis, come necessaria condizione della comunicabilità  universale  della nostra conoscenza, attraverso tre massime presentate per esemplificare i requisiti che preservano la legittimità senza presumere un legislatore. Queste sono massime necessarie ad una "pluralità senza armonia prestabilita", ovvero, ad una moltitudine di individui che possono relazionarsi anche in mancanza di un programma condiviso predefinito . Le tre massime stimolano gli individui sia a pensare secondo i propri interessi, che a pensare dal punto di vista di ogni altro partecipante al dibattito, mantenendo in entrambi i casi la regola della coerenza, della compatibilità con gli altri e della costanza nell'operato .
La prima massima kantiana vieta la sottomissione ad autorità esterne. Questo rifiuto alla sottomissione, però, se non contestualizzato, potrebbe portare all'anarchia o all'isolamento. La seconda massima prescrive l'antidoto all'anarchia e all'isolamento esigendo che gli individui pensino anche dal punto di vista di altri, ovvero, che il loro pensare si basi su principi "aperti" a tutti gli altri. In questo modo, ogni processo del pensiero e dell'azione, guidato dal rifiuto a sottomettersi ad un legislatore esterno e dall'apertura al confronto con gli altri, sarà sottoposto ad una costante rimessa in discussione che inevitabilmente genera contraddizioni e lacune (non necessariamente connotate da accezione negativa). Da qui il bisogno della terza massima: il processo di ripristino attraverso un coerente riesame e  la conseguente correzione degli errori. L'intreccio dei "fili" del pensare e dell'agire da parte di un insieme di individui che discutono razionalmente senza fare riferimento ad alcuna autorità esterna, e che si pongono in prospettive di analisi non proprie per approfondire meglio i problemi, potrebbe formare un "tessuto" imperfetto. La capacità di revisione della ragione umana interviene, in questo caso, ad eliminare le imperfezioni, a "compattare il tessuto".
In sintesi, quindi, la  difesa kantiana della ragione presuppone: la possibilità che una collettività si raccolga senza un accordo prestabilito che accomuni i membri; il rifiuto di sottomettersi a poteri che traggono la loro ragione d'essere da supposte realtà trascendentali; il divieto di rimettersi all'autorevolezza di qualche legislatore; principi fondanti del pensare e del fare  perseguibili da tutti. Sono le limitazioni necessarie ad un processo dinamico di formazione della decisione all'interno di una pluralità di individui, in cui si realizza la legalità anche in mancanza di un legislatore .

 

 

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