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Focalizzata la contraddizione tra il governare "in pubblico" ed "in segreto", che, a mio parere, supera i limiti temporali della  polis greca, è possibile approfondire il concetto di "pubblicità" . L'approccio analitico di Kant parte dal bisogno di un corretto uso della ragione  all'interno  di uno  spazio  pubblico politico. La collettività, l'insieme di individui facenti parte di un ordine civile, deve esigere la divulgazione degli atti di governo poiché solo in questo modo è possibile  giudicare(2) quegli atti razionalmente, e, di conseguenza, influenzare l'esercizio del potere (per esempio modificando leggi ingiuste o cambiando governanti incapaci). Solo quando il potere è  visibile  agli  individui, è anche giudicabile, e quindi legittimo, poiché passa costantemente  al vaglio di coloro sui quali si  esercita. La "pubblicità" (in uno stato repubblicano, direbbe Kant, io intendo, invece, in uno stato democratico) deve accompagnare qualunque atto di governo dal momento che il semplice fatto di volere nascondere ai cittadini qualcosa implica che quel qualcosa è ingiusto nei confronti di qualcuno, e, di conseguenza, impraticabile. La censura manovrata dal potere politico diviene l'esatto contrario del principio della pubblicità kantiano: il segreto, la sfera sottratta al controllo pubblico e morale, nega lo sviluppo democratico la cui dinamica aumenta solo al diminuire di quello spazio politico sottratto all'opinione pubblica.
La  "pubblicità" e l'opinione pubblica, quindi, prendono vita dal libero dibattito tra i  cittadini. Lo "scambio razionale" caratterizza le scelte politiche in uno spazio  democratico. E' l'accordo di liberi cittadini, ognuno dei quali può esprimere, senza alcun impedimento, anche la propria obiezione o il proprio dissenso, e , al contempo, è la possibilità di controllare la pratica del potere.
Una precisazione dello stesso Kant, a riguardo, è molto importante : il dibattito tra i cittadini non è razionale perché viene condotto secondo delle leggi o degli ordini, né perché si realizza su presupposti comuni, ma perché è un processo di formazione della decisione da parte di una pluralità di partecipanti, il cui coordinamento non è garantito o imposto da un governante o da altre forme di potere. In altre parole, i ragionamenti e le azioni degli individui non devono essere soggetti alla supervisione di una autorità che vincola coloro che vi sono sottoposti. Affinché questo, però, non produca condizioni di squilibrio tra i partecipanti al dibattito, e non allontani da un'intesa generale capace di risolvere i conflitti tra i diversi punti di vista, Kant ritiene necessario che la ragione si autodisciplini: l'individuo deve rifiutare le forme di autorità esterna che non siano razionalmente fondate,  e deve conformare il proprio agire solo a quei principi che vorrebbe far valere come leggi universali (ad esempio il "non fare ad altri quello che non si vorrebbe fosse fatto a se stessi"). La ragione "si limita" a tracciare rigorosi confini del pensare e dell'agire esclusivamente all'interno di un  proposito possibile: un progetto razionalmente realizzabile. Per tale motivo, Kant contrappone senza mezzi termini coloro che si sottomettono ad autorità trascendentali e alle opinione altrui a coloro che, invece, parlano pubblicamente esibendo le loro proprie idee razionalmente fondate. Il pubblico uso della ragione (3) non si definisce dal fatto di avere un ampio uditorio (che sia un pubblico di lettori, o di spettatori, è indifferente), e nemmeno dal fatto di avvenire in un servizio pubblico, dove relazioni di comando e obbedienza permettono solo un privato uso della ragione. L'uso pubblico della ragione consiste nel non accettare alcuna autorità esterna irrazionalmente fondata. E' l'autonomia dell'individuo che, come la intende Kant, non si riduce all'autoaffermazione o all'indipendenza, ma comprende piuttosto il pensare e l'agire secondo principi che non rinviano ad alcun autorità infondata, quindi secondo principi che tutti possono condividere ed accettare come propri. Vivere secondo i principi della ragione che permea le pratiche di autonomia  nel pensare e nel fare. Kant ricompone e approfondisce il nucleo centrale dell'illuminismo dimostrando che la ragione, correttamente intesa, è il principio del pensare e dell'agire secondo principi che tutti possono liberamente adottare. L'illuminismo è l'autonomia, nell'elaborazione delle idee e nella pratica delle azioni, che mantiene il carattere di legittimità senza presumere alcun legislatore. Una disciplina negativa intesa ad evitare il "pensare disorientato".

 

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