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Lo spazio pubblico politico contemporaneo, l'imbarcazione che un tempo era carica di forzieri contenenti "l'oro comune", sembra sia diventato, dopo l'arrembaggio dei pirati, una nave fantasma che i naufraghi osservano mentre solca il mare alla deriva.

L'astensionismo generalizzato dalla dimensione pubblica, in molti casi, simboleggia il cittadino indifferente che non aspira affatto a guadagnarsi la lode della comunità (l'antica immortalità della polis greca) attraverso azioni che combattano i peggiori mali sociali, ma che ricerca esclusivamente ricchezza e potere; meschini avvoltoi hanno affinato la capacità di avventarsi, nel momento migliore, sul "piatto  più ricco" per portarsi via "la prima scelta" e lasciare gli "avanzi" agli altri. D'altro canto, lo "spettatore" capace di vigilare e compiere una sorta di astrazione dalla realtà per  poterla giudicare meglio attraverso uno sguardo oggettivo dall'esterno (3), sembra ridursi al mediocre che guarda (dall'esterno perché "escluso") una realtà che gli sfugge ed in cui non è in grado di intervenire, essendo più propenso a compromettersi, oppure ad astenersi, in caso di confronto con gli altri. La sfera pubblica, intesa come "arena di conflitti e di confronti", come "luogo di rappresentanza e aggregazione", perde progressivamente i suoi protagonisti (i suoi fautori), coloro che sono capaci non solo di farsi promotori di problemi e scelte politiche, ma anche, e soprattutto, di interpretare, oltre al ruolo "passivo" di cittadini obbedienti,  anche quello "attivo"  di cittadini responsabili (4).  Ma se l'individuo perde gradatamente le caratteristiche che lo definiscono "animale politico", le varie associazioni ed organizzazioni, che dovrebbero rappresentare l'agire in comune, per uno scopo condiviso, di una molteplicità di individui, non fanno altro che moltiplicare l'inettitudine individuale per tutti i membri del gruppo (5). Molteplici e diverse, infatti, le associazioni e le organizzazioni dovrebbero essere in grado di rappresentare innumerevoli punti di vista con cui il potere ha l'obbligo di confrontarsi per non degradare in una sterile forma di governo (se, come credo, la vita democratica di un paese trova solo nel confronto tra le differenze l'autorigenerazione). Sembra, invece, che le varie forme di organizzazione si risolvano in una molteplicità  e diversità di interessi privati conflittuali tra loro: primeggia su ogni cosa il raggiungimento dell'utile, strettamente privato, dei loro membri. Questo dato di fatto si scontra con la necessità dello spazio pubblico di fare affidamento su varie forme  di aggregazione per "filtrare" beni ed interessi comuni e renderli, di conseguenza, condivisibili.

Subito segue il problema che riguarda le istituzioni, percepite, ormai, come freddi strumenti attraverso cui si esercita un potere lontano: chi vi è soggetto non le percepisce come proprie e legittime, in quanto non crede di avervi dato il proprio assenso o, almeno, il proprio contributo nel momento in cui le si creava o si cercava di trasformarle (per autentica protesta, o per vizio, non è dato sapere). La lontananza delle istituzioni dalla quotidianità impedisce la loro funzione principale, ovvero rendere condivisibile la realtà sociale, l'accumularsi casuale di "desideri e bisogni individuali". Non è quindi eccessivo trarre la cocente constatazione che "più al fondo sembra degradato il tessuto quotidiano della vita pubblica: nella forza crescente di forme di opportunismo e indifferenza verso il legame sociale; nella irresponsabilità verso i beni comuni e nella svalutazione delle istituzioni; nella frammentazione localistica e nel 'nuovo tribalismo' " (6). Non solo l'individuo è indifferente alla dimensione pubblica, percepita lontana ed estranea ai propri interessi privati, ma, quando cerca di avvicinarla, subito è assalito dallo sconforto. Da un lato lo conforta il principio secondo cui se l'insieme sta bene, stanno bene anche le parti che lo compongono, mentre dall'altro, il principio secondo il quale, se ogni parte concorre a stare il meglio possibile, l'insieme non può che giovare di gradazioni differenti, e reciprocamente stimolantesi, di felicità (7): nel primo caso l'utile collettivo è la garanzia dell'utile individuale (ma chi determina qual è il "bene generale"?), nel secondo, invece, è esattamente l'opposto, perché non è affatto detto che l'utile individuale porti all'utile collettivo . E' per questo che il singolo smette di proiettare i propri bisogni in una dimensione più ampia, come è quella pubblica, perché si sente più sicuro nel  "mediocrizzare" i suoi fini ; ma nel momento in cui manca l'impulso di grandi aspirazioni individuali, manca anche la volontà di "calibrare" gli strumenti a disposizione per concretizzare tali aspirazioni .

Credo che la sfera pubblica si dissolva nel momento in cui non rappresenta più un luogo in cui l'individuo può gratificare la propria esistenza. 

Un termine, in particolare, esprime bene il sentimento degli individui in tali circostanze: frustrazione . E' il mancato, od ostacolato, raggiungimento di un bisogno (il vivere sociale),  le cui implicazioni si risolvono nell'incapacità di definire "ciò che non è più necessario" di foucaultiana memoria. L'attore sociale abbandona la "compagnia teatrale" (la società viva di azioni e interazioni collettive) per interpretare un "monologo" (l'atteggiamento privatistico), occludendo la possibilità di aprirsi agli altri ed identificarsi, secondo ragione, come un individuo particolare, unico perché irripetibile nella varietà (e non nel "varietà") della comunicazione sociale . "Si è prodotta, in altre parole, una disattivazione della discussione collettiva sulla pertinenza nella definizione dei problemi e nella determinazione delle soluzioni…La pertinenza - che è problema di etica pubblica, di poteri e valori pubblici - viene ridotta a questione di competenza tecnica o burocratica fissata in spazi separati, vocabolari esperti e logiche organizzative di tipo strumentale in cui si danno attori e 'materiali del compito' ma non interlocutori e interazioni" (8) .

Nel momento in cui, quindi, le istituzioni degradano a strumento inefficiente nelle mani dei cittadini, il confronto pubblico gli si sottrae e cerca altri luoghi ed altre forme. La sfiducia e la precarietà spingono in altri contesti, lontano dalla sfera pubblica, percepita come luogo di irresolubili mali sociali e di problemi con cui manca la volontà di confrontarsi. Si radica, pertanto, nell'indifferenza generale, l'abitudine a dimenticare che ciò di cui il singolo ha più bisogno, lo ottiene grazie alla collettività, grazie alla convivenza, e a questa "dimenticanza" si collega l'indefessa ostentazione di estraneità, da parte degli individui, nei confronti di problematiche che pensano non li riguardino solo perché non li coinvolgono personalmente. Come se per agire nello spazio comune ci fosse inevitabilmente bisogno di un problema che chiami direttamente in discussione, altrimenti "è meglio lasciare perdere ed occuparsi di altro". In questo caso, la critica della politica non è più la messa in discussione del potere ed il tentativo di eroderlo assalendo i suoi punti deboli, ma è il tentativo di influenzare e movimentare l'opinione pubblica al fine di proteggere i propri interessi privati, spesso anche  a scapito di coloro che si è cercato di mobilitare.

"Se l'esperienza è poco incentivante, anche tanti altri aspetti, più strutturali ed organizzativi, militano contro la razionalità della scelta e della partecipazione alla sfera pubblica . Mi limito a citare quelli più evidenti nell'esperienza quotidiana : i tempi della città, e in genere la frenesia stressante della vita urbana; lo spostamento della comunicazione o in sfere speciali e riservate (da quella professionale a quella intima) o in spazi sempre più virtuali, in ogni caso finora segnati da una pesante asimmetria d'informazione e di coinvolgimento . La sfera pubblica è diventata fragile, evanescente, respingente " (9).

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