Il problema politico della rete

 

La "civiltà  dell'immateriale" prodotta dalle nuove tecnologie, sembra comporre, agli occhi degli studiosi di questo fenomeno, una sorta di società planetaria in cui tutte le parti dipendono, interamente, le une dalle  altre. Alla globalità che ne deriva, però, non fa riscontro una popolazione altrettanto omogenea, anzi, già si possono definire,  generalizzando, tre grandi gruppi . Anzitutto, una  ristretta élite di "inclusi", ovvero di individui competenti e inseriti produttivamente nel  progresso tecnologico. Ad essa si affianca una maggioranza, variamente articolata  tra "reclusi",  individui  che seguono passivamente  la trasformazione in atto, stazionando a livelli di mera riproduzione, ed "esclusi". Questi ultimi sono ancora  molto lontani dall'accesso alle tecnologie di base (1). Parallelamente, sembra profilarsi anche una triplice divisione dello "spazio dell'immateriale" (Internet) :  "un primo continente…un Internet pubblico, con accesso gratuito, mantenuto dalle università, dai centri di ricerca…dai ministeri…e da altre organizzazioni internazionali . Un secondo Internet…privato, commerciale, con dati criptati, negozi, carte di credito…E un terzo continente Internet…una passerella per accedere ai servizi in abbonamento …oasi private…" (2).  
L'immagine, che meglio riassume i due scenari, è quella di un albero con tre grandi rami che più si allungano e più si moltiplicano ("la presenza di livelli differenti di competenza tecnologica tra i membri di un'organizzazione tende a sconvolgere l'assetto tradizionale della rete d'influenza che collega gli individui nelle organizzazioni, consentendo agli individui tecnicamente competenti di acquisire maggiore potere"(3), ai "reclusi" di perpetuare il potere altrui, ed agli "esclusi" di subirlo), e con tre enormi radici che più affondano nella terra (il cyberspazio) e più tendono ad allontanarsi l'una dall'altra (Internet pubblico, privato e commerciale). Le corrispondenze, i rimandi, le antinomie tra "rami" e "radici", sono l'oggetto della mia indagine, qui che, nonostante sia limitata dalla precarietà di un fenomeno ancora agli esordi ed in frenetico mutamento, si definisce a partire dal concetto di "cambiamento" prodotto dall'avvento delle nuove tecnologie. Credo che il cambiamento più importante, il punto di partenza, sia proprio quello politico, "…perché la politica è sempre una combinazione di potere comunicativo e fisico, e nella politica delle società democratiche il ruolo dei mezzi di comunicazione tra i cittadini è di particolare importanza" (4).

 


 

Lo scenario definito dalla contrazione del numero di proprietari dei nuovi mezzi di comunicazione, di "inclusi" appunto, e dalla concomitante estensione della portata e della potenza di quegli stessi mezzi, rappresenta una potenziale minaccia per la democrazia rappresentativa . Il tanto celebrato cyberspazio, infatti, potrebbe assumere le caratteristiche del "vecchio mondo", in cui poche persone controllano la tecnologia delle comunicazioni e manipolano le convinzioni di miliardi di persone, piuttosto che quelle di un "nuovo mondo" in cui tutti i cittadini possono liberamente comunicare tra di loro . Per tale motivo, la maggioranza della popolazione della "civiltà dell'immateriale" ("reclusi" ed "esclusi" insieme) deve imparare ad applicare la propria ragione critica alle nuove tecnologie, poiché, credo, solo una  popolazione "informata" ed "informatizzata" può trarre vantaggio dalla rivoluzione cui le nuove tecnologie hanno sottoposto il "vecchio mondo", al fine di impedire che il potere, politico ed economico, si coaguli attorno a pochi centri nevralgici, nelle mani dei "nuovi padroni" delle comunità virtuali.

La Rete è solo agli inizi della suo espansione e del suo sviluppo, e questo fatto permette ancora ai suoi utenti un notevole grado di autonomia.  Il problema sta nel fatto che è una condizione precaria e destinata a concludersi relativamente presto. Ma, nel momento in cui questa  autonomia  dovesse contrarsi, se non si sarà creato un sistema di regole e diritti capaci di garantire lo spazio indispensabile alla libertà di ciascun individuo, aumenterà in modo smisurato il  potere (somma dei poteri espropriati ad ogni individuo) dei "nuovi signori dei media", che potranno  determinare quali informazioni vanno distribuite. Per ora, il criterio democratico di circolazione dell'informazione, permette a tutti i tipi di informazioni, diffuse da tutti i tipi di cittadini, di circolare liberamente, impedendo che s'incrementi il potere nelle mani di pochi a scapito dei molti . E' l'uso della telematica che si fonda sulla molteplicità di "reti informative alternative", per sfuggire al giogo dei monopoli . In futuro, il libero accesso alle reti di telecomunicazione, unito alla disponibilità di computer a prezzi ragionevoli, potrebbe consentire di gestire un numero sempre maggiore di reti alternative a scapito di chi desidera "costruirci" sopra, per interessi economici privati, "autostrade dell'informazione" obbligate . Allo stesso modo in cui, infatti, il libero e critico accedere degli individui al cyberspazio (con il portato di socievolezza e di comprensione dell'altro che implicano) può contribuire a rivitalizzare la società civile, la mancanza di controllo sui mezzi di comunicazione e la loro manipolazione da parte dei centri di potere politico ed economico, potrebbero trasformali in perfetti strumenti di dominio.

 


 

Gli effetti politici delle nuove tecnologie  comunicative sembrano delineare, dunque, due scenari contrapposti che potrebbero caratterizzare il futuro del cyberspazio.
Da un lato la concezione utopistica dell'agorà elettronica,  ovvero  una rete  mondiale di comunicazioni, progettata e controllata dai cittadini. In tale contesto, Internet potrebbe  sviluppare su scala planetaria il ruolo svolto, nella Grecia antica, dall'agorà, la piazza centrale della  pòlis,  che rappresentava il luogo di riunione e di mercato in cui i cittadini si incontravano per parlare, comprare, spettegolare, vendere e  discutere. Uno spazio telematico fondato sull'accesso libero, e generalizzato, degli individui, e sul decentramento delle diverse reti (la scomposizione, potenzialmente infinita, del potere concentrato in un unico "sguardo elettronico"). Il punto forte su cui fa leva la concezione della democrazia elettronica è che la tecnologia delle comunicazioni aiuta i cittadini a rompere ogni forma di monopolio vigente sui media (sia ora, quando predomina il modello della trasmissione, sia in futuro). L'importanza politica delle comunicazioni telematiche sta proprio in questa capacità di mettere in crisi l'esistente monopolio della gerarchia politica sui mezzi di comunicazione potent . Soltanto  un insieme di principi, leggi direttive e tecnologie, secondo tale concezione, può non rendere vana la speranza che i cittadini continuino a godere i vantaggi della Rete senza cadere vittime del suo potenziale repressivo.
D'altro canto, su posizioni diametralmente opposte, si pone la concezione critica della democrazia elettronica che, in vario modo, teme o prevede l'inesorabile imporsi di forme di potere centralizzate e totalitarie. Sono essenzialmente tre i principali filoni di critica della potenzialità democratica della telematica.

 


 

 

Il primo approccio, quello "storico-mediologico", di cui Habermas è uno dei più illustri rappresentanti, parte dalla nozione "di agire comunicativo" come modalità d'azione fondamentale nella vita democratica . "In sostanza, egli sostiene che una democrazia, se vuole restare tale, deve non solo tutelare, ma anche promuovere un particolare agire comunicativo pubblico, un agire che privilegia la deliberazione razionale, soprattutto in quei casi in cui più attori sono chiamati a decidere su questioni di fronte alle quali, in partenza, non c'era accordo" (5) . In questo caso, l'idea stessa di "democrazia rappresentativa" si fonda sull'intreccio delle comunicazioni tra i cittadini  (sulla società civile o sfera pubblica), sul dibattito a tutti i livelli della società, e su tutti i temi che riguardano il paese  (la libera comunicazione e  discussione  delle  idee,  in una situazione ideale,  richiede che i cittadini siano in possesso di una "competenza comunicativa", essenziale in un'etica democratica del discorso, ovvero dei requisiti di senso, verità, veridicità e giustezza). Quanto più è vivo questo dibattito, tanto  più ne guadagna l'attività dei governanti, stimolata nella definizione delle politiche e sottoposta a controllo.
Il problema nasce nel momento in cui la società civile perde il suo grado di autonomia nel formulare questioni politiche per essere sempre più manipolata  dai mass media commerciali (la televisione è l'esempio più eclatante del fenomeno): il dibattito razionale si stempera in una pseudo-discussione, e l'incontro degli individui si predefinisce su  schemi costruiti  ad hoc. Secondo Habermas, la società civile è stata sottoposta ad una vera e propria mercificazione. Il dibattito autentico, infatti, è stato soppiantato da relazioni informali, ed i temi politici, i candidati al governo, sono diventati "prodotti" preconfezionati alla stregua di altri beni di consumo.
Questo non significa che i discorsi che si svolgono tra gli  individui nelle comunità virtuali, per strada, in ufficio, non nascano spontanei e non formino un "tessuto" di libera comunicazione. E neppure che la sfera pubblica della società democratica (lo spazio di tali molteplici  relazioni) sia una pura finzione. Significa che, nel  momento in cui il  dibattito coinvolge un  numero  tale di cittadini da non poterli raccogliere fisicamente in un unico luogo (per esempio gli stati nazionali contemporanei), lo scambio delle idee è molto influenzato, soprattutto politicamente, dai cambiamenti della tecnologia comunicativa (la comunicazione di un "pubblico" così esteso esige  determinati strumenti di diffusione e influenza), a tal punto che i giornali, la radio, la televisione, e la Rete (i  mass media che entrano in gioco nella  sfera pubblica) diventano pericolosi strumenti di condizionamento. Il potere di costruire, attraverso questi strumenti, l'opinione  pubblica, e di catturare l'attenzione della maggioranza dei cittadini mediante spettacoli elettronici, degenera,  minando le basi stesse della democrazia. Lo spazio dei media si trasforma in spazio pubblicitario, la sfera pubblica in "lattina" o in "surgelato", ed il "prodotto" pronto per essere servito ai consumatori mette in "svendita" la  democrazia",  "mercifica" la sfera  pubblica. In tal modo, secondo Habermas, il sistema sociale tende a "colonizzare" il "mondo della vita" (la realtà concreta, più immediata  e ovvia, che emerge dal vissuto quotidiano).

 



In particolare, il modello ideale dell'agire comunicativo, che presuppone l'esistenza di un ambiente in cui gli attori hanno la possibilità di interagire con il  quotidiano "mondo della vita", sembra entrare in  contrasto  il modello  della comunicazione telematica . Da un lato, infatti, il modello dell'agire comunicativo implica che

"a) che  gli attori possano agire in compresenza fisica e reciproca visibilità ;
b)  che gli  attori possano pubblicamente esporre, senza timori o apprensioni di sorta, le motivazioni personali che sono alla base di loro giudizi o scelte;
c) che ci siano le condizioni in grado  di assicurare a tutti gli attori partecipanti le  stesse opportunità - in termini, per esempio, di tempo messo a disposizione - per esprimere le proprie opinioni e argomentare in difesa delle proprie idee "(6) .

Dall'altro, praticamente agli antipodi, si pone il modello di comunicazione telematica che si definisce
a) nella negazione della presenza fisica e della reciproca visibilità ; 
b) nell'occultamento della propria identità ;
c) nella quasi impossibilità di verificare l'equa opportunità di espressione per gli utenti-partecipanti.

I media intervengono a "colonizzare" pericolosamente la sfera pubblica della società democratica, determinata da "accesso  aperto, partecipazione volontaria, partecipazione al di fuori dei ruoli istituzionali, generazione di opinione pubblica mediante riunioni di cittadini impegnati in discussioni razionali, libertà di opinione, di discutere questioni di stato e di criticare il modo in cui è organizzato il potere dello stato "(7),  riducendo a "prodotti usa-e-getta"  gli individui e le idee, i comportamenti individuali e le decisioni politiche. La politica diventa una "merce" fra le altre, i cittadini diventano "consumatori" e la soluzione dei problemi migra, sotto forma di "evento", nello "spazio dell'intrattenimento", dove la società si è trasformata  in "spettacolo" . Nella società dei consumi, il dibattito è degenerato in pubblicità, e la pubblicità usa il potere sempre maggiore dei media elettronici per alterare le percezione e modellare le  idee . Lo strumento, che dovrebbe servire per una autentica comunicazione, è impiegato per aggiornare il desiderio commerciale.
Proiettare questa situazione contemporanea nell'immediato futuro significa che, nel momento in cui si accentuerà la distanza tra "ricchi e poveri di informazioni", i ricchi potranno permettersi servizi informativi senza pubblicità, mentre i poveri dovranno sempre più barattare la propria esposizione al messaggio pubblicitario con le informazioni ricevute . Molte persone saranno disposte (ma potrebbe anche essere "costrette") a vendere la  loro privacy al migliore offerente (8) . Il timore maggiore è nei confronti di una  incombente democrazia plebiscitaria, istantanea, in cui le decisioni politiche verranno prese per mezzo di un sistema computerizzato di sondaggi ed  elezioni elettroniche. Il grande problema è che il plebiscitarismo, frutto della "democrazia delle emozioni" (il più alto grado di condizionamento dei cittadini), è compatibile solo con una politica autoritaria in cui la commercializzazione e  la mercificazione del dibattito pubblico si rafforzano nella  sempre maggiore sofisticazione dei mezzi di comunicazione.

 

 


 

 

Il secondo approccio analizza  il panorama che potrebbe uscire dall'uso della Rete in modo non democratico :  il  Grande Fratello di Orwell oppure il carcere tecnologico del  Panopticon . Entrambe le metafore hanno come referente un potere coercitivo centrale. Il Grande Fratello esercita un potere onnipervasivo e spietato in una società fatta a sua immagine e somiglianza, un potere tramite il quale tutte le persone sono sottoposte, con mezzi "multimediali", a un controllo assoluto. Le telecomunicazioni consentono ad alcuni individui l'accesso a mezzi in grado di influenzare il pensiero e le percezioni di altri, e quell'accesso, indipendentemente da chi ne detenga il controllo, è intimamente connesso con il potere politico. Chi gode dei vantaggi politici su questa tecnologia è in grado di usarla per consolidare il proprio potere. Nel Panopticon, la combinazione di architettura e ottica permette ad una sola guardia di vedere tutti i prigionieri, senza che i prigionieri possano rendersene conto né vedersi tra loro (l'effetto auspicato è che tutti i prigionieri si comportino come sotto permanente sorveglianza). L'apparato della rete mondiale di comunicazioni potrebbe costituire una sorta di Grande Fratello o di Panopticon tecnologico (Foucault). Il mezzo, infatti, attraverso il quale  l'utente, di qualunque parte del mondo, comunica con altri individui, è lo stesso strumento attraverso il quale il potere può controllarlo ed implicitamente condizionarlo. In un percorso di informazioni a "doppio senso", è tecnicamente possibile che, come l'individuo raccoglie informazioni da Internet, eventuali organizzazioni (o privati) di interesse economico e politico possano prendere, sempre attraverso la Rete, informazioni sull'individuo. "In realtà, con i nuovi media è la relazione tra spazi privati e spazi pubblici che cambia . In un certo senso non ci sono più spazi privati, in un sistema in cui un canale video tenuto costantemente aperto, sia pure consensualmente, collega tra loro in permanenza "(9) luoghi diversi . Quindi, "l'infrastruttura comunicativa" che consente  ai cittadini la libertà di una comunicazione democratica è la stessa  che potrebbe permettere un sistema di potere totalitario tra i più inattaccabili della storia umana. Infatti, al crescere del trasferimento, nel cyberspazio, dei dati personali degli individui e del loro comportamento privato, cresce il "potenziale abuso totalitario" di queste informazioni.

 


 

La critica della democrazia elettronica, pertanto, si fonda sul potenziale impiego delle reti interattive come strumento per sorvegliare (10), controllare e disinformare gli utenti. Le nuove tecnologie permettono di controllare elettronicamente le apparecchiature elettroniche di ogni singolo utente (i canali delle reti convogliano  molte informazioni personali riguardanti il denaro, la salute, eccetera). La Rete,  lo strumento della  comunicazione a  livello planetario,  non è altro che una gabbia invisibile e senza scampo, in cui sono "reclusi" gli utenti: la telematica è la "prigione ottimale" (secondo Foucault, l'idea ed il progetto architettonico del Panopticon, è diventato il modello di uso della tecnologia elettronica al servizio del controllo e dell'esercizio del potere). Se, infatti, la possibilità di leggere, scrivere e comunicare liberamente permette ai cittadini  di detenere un potere che li protegge da quello dello stato, la possibilità di sorvegliare, di invadere la privacy dei cittadini, rafforza il potere  dello stato che confonde, sottomette e controlla i cittadini. Le nuove tecnologie informative e comunicative, soprattutto le "griglie elettroniche integrate", consentono una massiccia estensione e trasformazione dell'idea di controllo totalizzante cui aspirava il principio panottico di Bentham. In realtà, queste tecnologie rappresentano la stessa distribuzione del potere e del controllo, ma liberata dalle limitazioni della struttura architettonica concreta, fatta di pietre e di mattoni . Il fatto che il  Panopticon  non solo  assuma varie forme, ma  consenta anche,  non essendo una "tecnologia neutrale",  che "pochi" controllino "molti", è indicativo, secondo Foucault, del fatto che l'intera società può funzionare come una macchina gerarchica e disciplinare. I computer vanno temuti, quindi, come le armi più pericolose di cui si servirà il potere per imporsi nel futuro.

 

 


 

 

La terza critica è quella della  concezione iperrealista (11) (espressa soprattutto nelle tesi di Jean Baudrillard), secondo la quale le tecnologie informative hanno già trasformato la realtà in una simulazione elettronica. L'industria globale tesse incessantemente un velo d'illusione, percepito tanto più reale quanto più gli individui "consumano" al suo interno, e quanto più cresce la potenza delle tecnologie . Non esiste più un potere centrale di controllo poiché il potere stesso si è trasformato, e le posizioni di dominante e di dominato si scambiano in un rovesciamento senza fine . L'esistenza degli individui si agita, così, in una iperrealtà costruita come "inganno" sulle deformazioni del mondo reale, al punto che la realtà si confonde interamente con il modello . Per gli iperrealisti, la telematica, come le altre tecnologie comunicative del passato, diventerà un altro efficace canale per la disinformazione e l'intrattenimento, con l'unico fine di sfruttare i consumatori . L'iperrealtà è l'evoluzione del Panopticon fino al punto in cui gli individui non ne percepiscono più l'esistenza : è continuare a pensare di essere liberi anche se non si ha più nessun potere . Non esiste più neppure uno spazio pubblico in cui gli individui possano discutere della realtà che li riguarda, perché è impossibile che riescano mai a liberarsi, in modo duraturo, dalla presenza opprimente del discorso dei mass media e dalle varie forze organizzate per erogarlo .
Gli iperrealisti hanno preso in considerazione l'altra faccia delle telecomunicazioni alla luce della tendenza umana all'illusione (l'immaginazione in senso arendtiano si è dissolta in mera illusione) . L'iperreale, secondo loro, comincia nel momento in cui il mezzo telematico dà solo l'illusione di essere vicini ad un'altra persona. Pertanto, l'unica via di fuga dalla tecnologia, che rende sempre più  realistiche le illusioni, può essere soltanto la messa in discussione incessante della realtà (12), la pratica del dubbio riguardo ogni forma di "incantesimo politico".

 


 

 

Considerate, quindi, queste tre diverse critiche, una concezione autenticamente alternativa della democrazia elettronica deve partire dal fatto che la telematica e la tecnologia in generale hanno limiti reali, e che i limiti implicano erroriL'unico modo che l'individuo ha di sottrarsi all'errore è la conoscenza, l'apprendimento attraverso l'esperienza di quelle nozioni che permettono di non ripetere o di evitare l'errore . "Per il futuro si viene così a creare un problema di educazione anche per la selezione dell'informazione . E dunque non c'è più il Grande Fratello, ma siamo noi che possiamo perderci nella foresta"(13) . Quindi, chi desidera usare le reti come strumenti politici democratici, non può limitarsi ad evitare gli errori, ma deve impegnarsi ad elaborare (o contribuire ad elaborare) forme di "comunità alternative" i cui membri si definiscano dall'uso critico della loro ragione informatica (una "bussola" che consenta di non "perdersi" nel cyberspazio).

Se esiste una "classe privilegiata" (gli "inclusi" che dominano i nuovi mezzi di comunicazione e detengono, per questo, sapere e informazioni), una "classe mediamente alfabetizzata" (i "reclusi" che dominano quei mezzi in modo "passivo") ed un enorme "proletariato" (gli "esclusi" che non hanno alcun contatto con le nuove tecnologie), allora il problema democratico è quello di riuscire a rendere il dominio dei mezzi di comunicazione telematica, un diritto di massa ."Per arrivare a questo nel campo dell'informatica, siccome non si può obbligare ogni cittadino a comprare un computer e tutti i programmi…è nata l'idea di spazi che, idealmente, dovrebbero esistere in ogni quartiere cittadino, in ogni edificio scolastico, dove uno entra ed ha a disposizione decine e decine di postazioni, dove può fare tutto e può imparare tutto e può addestrarsi a gettone "(14) . E' il portico telematico, la cui prospettiva guida non è quella di vendere la merce, ma di vendere il servizio.

 


 

 

Superato l'aspetto elitario, quindi, torna centrale il concetto di alfabetizzazione elettronica: l'individuo deve imparare, attraverso il metro di giudizio della ragione critica, a discernere ciò che gli interessa tra i contenuti veicolati nella  Rete, e ad esprimersi liberamente, cioè all'eventualità di immettere nel cyberspazio la propria informazione. In Internet non ci sono produttori di informazioni e consumatori di informazioni poiché sono tutti, al contempo, potenzialmente l'una e l'altra cosa, nel senso che ogni individuo può mettere le informazioni in rete ed in quel momento avere una platea che, tendenzialmente, lo ascolta . L'educazione informatica serve, quindi, al proporsi in pubblico dell'individuo, che comunque, ed è importante sottolinearlo, usa la telematica soprattutto per stabilire un contatto con altre persone, e solo secondariamente, per accedere a fonti di informazioni. La società telematica, nella crescita anarchica che ha mantenuto finora, si compone di membri che desiderano principalmente incontrare l'altro. In tal modo, le comunità virtuali alternative, fondate sul principio della tolleranza di una grande eterogeneità di opinioni, costituiscono un modello di società in  cui le persone che comunicano possono trasformare lo scambio della loro conoscenza e del loro modo di essere in ricchezza collettiva. L'incontro, con la conseguente  formazione o deformazione del consenso attraverso le informazioni e la condivisione delle conoscenze, è la prima e più  importante forma  di potere di uno spazio telematico, di un "contesto immaginario comune", componente fondamentale per la costruzione di una comunità virtuale.

 


 

Lo spazio telematico, nato come "appendice virtuale" della realtà, credo stia attraversando la fase in cui rappresenta uno "spazio parallelo" alla realtà, nel senso che è passato dall'essere in toto "condizionato" dal reale ad una capacità di "parziale condizionamento" della realtà. La prima trasformazione condizionata dalle comunicazioni telematiche è l'esautoramento delle misure di protezione tradizionali. Le tecniche protezionistiche (culturali, politiche, economiche, sociali, ecc.…) tendono ad essere inevitabilmente erose. La rete è, infatti, per definizione uno strumento di "delocalizzazione", di delegittimazione dei territori tradizionali, di abbattimento di confini e steccati: è l'eccesso ad una dimensione planetaria di "frammenti", nel senso che anche gli interessi più "minuti", prima incapaci di aggregarsi, sulla rete possono diventare interessi "forti", e, quindi, anche le culture locali, le identità separate, le differenze hanno una possibilità di espressione. Da questo punto di vista, la Rete è l'alternativa capace di  migliorare le relazioni umane. La coesione della comunità virtuale, infatti, deriva dalla "base dati" creata dai partecipanti, dal portato e della specificità di ognuno che diventa, sommata a quella altrui, una "fonte di conoscenza" che può essere liberamente usata dai partecipanti, in modo formale ed informale, per risolvere problemi legati alla loro esistenza privata e pubblica. L'intreccio delle relazioni umane, che cresce insieme con la "base dati", il cyberspazio pubblico, potrebbe essere la sede preferibile in cui si raccoglierà il potenziale di ogni cittadino per la gestione democratica della vita in comune, il luogo della libera e critica discussione tra i cittadini, sostenuta da fatti a disposizione di tutti, come base reale della democrazia elettronica.

Un altro cambiamento provocato da questo nuovo tipo di tecnologia riguarda i "luoghi della democrazia", nel senso che scompare il mediatore tradizionale, e la politica  sembra allontanarsi in un "imprecisato altrove". Il vuoto apparente creato dalla mancanza di contatto fisico con un altra persona o con un mediatore, che comunque limitava in molti casi il cittadino alla pura passività di ricevente, è riempito, nella concezione della democrazia elettronica (o catodica, o virtuale), nella "possibilità di accedere direttamente ad una serie di informazioni, di elaborarle . Ecco l'intervento attivo del cittadino…questo mi sembra importante : elaborare criticamente la gran massa di informazioni che oggi più di ieri si può avere, purché l'informazione non sia bombardamento di informazioni a cui poi non si può più reagire in alcun modo . E quindi far sì che si possa avere una molteplicità di fonti di informazione "(15).

 


 

Le comunità virtuali, quindi, possono condurre a due esiti contrapposti : aiutare i cittadini a rivitalizzare la democrazia oppure illuderli e sfruttarli con "palliativi e surrogati" (del dibattito democratico, della libertà, dell'autonomia, della conoscenza, ecc….) . Per tale motivo, essere "collegati" deve essere anzitutto un  diritto (16), e mai un privilegio o una concessione del potere, per rendere possibile ciò che mai, nella storia, è stato concesso all'individuo: rendere universale  il proprio pensiero. "Se il cyberspazio sarà privato delle tribune pubbliche, avremo solo quello a cui ci stiamo già abituando: interminabili acquisti da casa, giochi insulsi e chiacchiere in cui non c'è nessuno che dissente. Se la gente ha la possibilità di evitare le discussioni sgradevoli che nascono in queste tribune, collegarsi alla rete diventerà per le élite un altro modo per ignorare le situazioni molto poco virtuali di ingiustizia che esistono nel nostro mondo . Dato che la comunità elettronica crescerà in modo esponenziale nei prossimi anni, sarà meglio per tutti se riusciremo a trovarci un angolo di strada nel cyberspazio"(17). La politica sta cambiando, nel senso che le nuove tecnologie tendono ad erodere la base della grande democrazia rappresentativa degli stati nazionali per sostituirla con una democrazia partecipativa al contempo locale e sovranazionale . Anche lo spazio pubblico si ridefinisce  e diventa il luogo di una consultazione diretta e costante, il cui scopo è quello di migliorare la capacità di comunicazione fra il sistema politico (le istituzioni, i partiti, i gruppi) e le domande che formula la società civile. Per questo, il possibile arricchimento della democrazia derivato dall'uso delle nuove tecnologie consisterà nelle maggiori opportunità offerte ai cittadini, ad ogni livello, sia mettendoli al corrente delle decisioni che si stanno per prendere, sia dando loro la possibilità di intervenire nei processi decisionali con proprie proposte alternative.

Credo che il futuro democratico della nostra società lo determini chi lo vive ora, o meglio, chi, nel presente, ragiona e agisce per realizzarlo.

 

 


 

 

(1) Le esigenze di politica e di mercato, generano, per ora, una massa di "esclusi" dalle nuove tecnologie, a tal punto che si è iniziato a parlare di una vera e propria "technoapartheid" .

(2) Joel De Rosnay, Il Cybionte, 1995.

(3) Giuseppe Mantovani, Comunicazione e identità, il Mulino, Bologna 1995, p.157

(4) Howard Rheingold, op. cit. , pp. 14-15 .

(5) Tomàs Maldonado, op. cit. , p.72 .

(6) Ibid. , op. cit. , p.74 .

(7) Howard Rheingold, op. cit. , p.322 .

(8) "Una minaccia alla privacy è un pericolo non solo per l'indipendenza delle persone, ma anche per la loro identità . La privacy infatti è non solo un meccanismo che permette alle persone di regolare in modo flessibile l'accesso al sé, ma anche uno strumento importante per definire i limiti e le frontiere del sé . Quando la permeabilità di queste frontiere è ben controllata, si sviluppa una percezione sicura della propria individualità . E' il senso di controllo sull'interazione con l'ambiente da parte dell'attore che viene messo in crisi dall'invasività degli ambienti elettronici di comunicazione . I nuovi ambienti di comunicazione non sono particolarmente idonei a consentire agli attori di definire e controllare le frontiere tra il sé e gli altri." (Giuseppe Mantovani, op. cit. , p.170).

(9) Ibid. , op. cit. , p.169 .

(10) David Lyon, senza sminuire i problemi legati all'intrusione nella vita privata e al controllo esercitato sui cittadini da parte di organizzazioni pubbliche e private, pone in risalto un importante paradosso della società dell'informazione-sorveglianza : la sorveglianza rappresenta contemporaneamente un mezzo di controllo sociale e un metodo per assicurare il rispetto dei diritti dei cittadini . (David Lyon, L'occhio elettronico, Feltrinelli, Milano 1997) .

(11) Secondo questa concezione, "non ci sono più idee alle prese con fatti - che era poi "l'Utopia" degli anni Sessanta e Settanta -, non ci sono più veramente attori alle prese con gli eventi, né intellettuali alle prese con il senso di essi, bensì una tempesta di eventi senza importanza, senza attori veri e senza interpreti autorizzati : l'actio scompare insieme con l'auctoritas . Ormai resta soltanto l'attualità, l'action, l'azione nel senso cinematografico e l'auction, la messa all'incanto dell'evento nel rilancio dell'informazione . L'evento preso non più nell'azione, ma nella speculazione e nella reazione a catena, concatenantesi verso i limiti di una fatticità che nessuna interpretazione può più raggiungere . La simulazione è proprio questo susseguirsi irresistibile, questo concatenarsi delle cose come se avessero un senso, mentre sono rette soltanto dal montaggio artificiale e dal non-senso ." (Jean Baudrillard, L'illusione della fine, Anabasi, Milano 1993, pp.26-27) .

(12) "Disneyland è lì per nascondere che il paese 'reale', tutta l'America 'reale' non è altro che Disneyland (un po' come le prigioni sono lì per nascondere che è il sociale intero, nella sua onnipresenza banale, a essere carcerario) . Disneyland è posta come immaginario al fine di fare credere che il resto è reale, mentre tutta Los Angeles e l'America che la circonda già non sono più reali, ma appartengono all'ordine dell'iperreale e della simulazione . Non si tratta più di una rappresentazione falsa della realtà (ideologia), si tratta di nascondere che il reale non è più reale, e dunque di salvare il principio di realtà . L'immaginario di Disneyland non è né vero né falso, è una macchina di dissuasione messa in scena per rigenerare in controcampo la finzione del reale . Da qui, la debolezza di questo immaginario, la sua degenerazione infantile . Un mondo che si vuole infantile per far credere che gli adulti sono altrove, nel mondo 'reale', e per nascondere che la vera infantilità è dovunque, ed è quella degli adulti stessi che vengono qui a fare i bambini per illudersi sulla loro infantilità reale ." (Jean Baudrillard, Simulacri e impostura, Cappelli, Bologna 1980, p. 60)

(13) Umberto Eco, Nomenclatura e democrazia elettronica, Milano 1995

(14) Ibid

(15) Stefano Rodotà, Sviluppo telematico e democrazia, Roma 1996

(16) "Tutti, quindi, devono essere messi in condizioni di parità . Non a caso, si parla di un diritto di accesso ai mezzi come servizio universale, come qualcosa di cui tutti devono poter disporre indipendentemente, per esempio, da un pagamento che non possono sopportare . Quindi politiche di tariffe, al limite gratuità di determinati servizi . In Italia il Comune di Bologna e anche altre istituzioni sperimentano accessi gratuiti a Internet proprio per realizzare questo diritto e allo stesso tempo per creare un incentivo a quella famosa alfabetizzazione informatica che è uno degli strumenti di cittadinanza del futuro prossimo". (Ibidem.)

(17) Andrew L. Shapiro, The Nation, New York 1995

 

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