L’incantatrice di Firenze [Salman Rushdie]

Una domanda al fondo della narrazione: quando non sei più straniero nel paese che ti ospita? Dopo quanto tempo e dopo quali vicissitudini un uomo che arriva da un altro paese smette di essere uno straniero? Quale accedimento determina il cambiamento? E' un evento determinato, pratico, sotto gli occhi di tutti oppure si tratta di qualcosa di impalpabile che rimane sospeso fino alla fine, quando poi svanisce?

E se invece, alternativa di gelo, si rimane per sempre stranieri in terra straniera?
"Il destino del vagabondo è la solitudine; ovunque vada egli è uno straniero, ed esiste solo grazie alla propria forza di volontà. Quando è stata l'ultima volta che una donna lo ha elogiato e chiamato suo? Quando è stata l'ultima volta che si è sentito benvoluto, o rispettato, o apprezzato? Quando un uomo non si sente desiderato, qualcosa in lui comincia a morire."
(Salman Rushdie, L’incantatrice di Firenze, Mondadori, Milano 2009, pag.205)
L'anima dello scrittore è l'anima del viaggiatore narrato nel libro. Uno specchio per vedersi e per raccontarsi. Illusionista, oratore, affabile cortigiano, audace dissipatore è il "Mogol dell'amore" che per esistere deve raccontare: la trama del passato che si svela per definire i contorni del presente.
"Eppure, egli sarebbe sopravvissuto. Era questo che voleva dire essere un principe, saper cavalcare le metamorfosi. E poichè un principe non era altro che l'insieme dei suoi sudditi scritto in grande, un uomo portato al livello del quasi divino, era sempre questo che voleva dire essere un uomo. Cavalcare le metamorfosi e andare avanti."
(Salman Rushdie, L’incantatrice di Firenze, Mondadori, Milano 2009, pag.360)

Libro in sorte

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