Immanuel Kant - Uso pubblico della ragione - Il governo repubblicano

Il fine primario del governo repubblicano è la pace interna, ovvero la cessazione dello stato permanente di guerra tra i componenti del gruppo . Su questo presupposto si sviluppa l'idea kantiana per cui, se si instaurasse un regime repubblicano in tutti gli stati del mondo ne conseguirebbe una sorta di pace universale. Infatti l'accordo avverrebbe fra stati che per la loro stessa costituzione sono al loro interno meno propensi di altri ad avventurarsi in imprese belliche. Nello Stato repubblicano, infatti, in pieno contrasto con lo Stato dispotico, dove "è richiesto l'assenso dei cittadini per decidere l'entrata in guerra, nulla è più naturale del fatto che, dovendo decidere di far ricadere su se stessi tutte le calamità della guerra…essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco"(10).  L'uscita simultanea degli stati dalla condizione del "tutti contro tutti" si può attuare, quindi, attraverso un contratto che ricalchi, in grande, il contratto stipulato dai cittadini all'interno del singolo stat . Questo "contratto in grande" per superare il problema della continuità della guerra (poiché i vari trattati di pace non sono altro che tregue tra due guerre) caratterizza i rapporti tra gli stati, è un principio a loro superiore  che consiste nella "federazione di popoli" (Volkerbund)(11). Quello che è accaduto all'interno dei singoli stati attraverso il contratto originario e l'instaurazione della "repubblica", deve accadere anche all'esterno, tra i vari stati giuridicamente costituiti. La federazione deve avere, rispetto agli stati che la compongono, una funzione analoga a quella che ha avuto la costituzione degli stati particolari nei riguardi dei singoli individui, ma con la diversità che il patto fra gli stati è un puro e semplice patto di società cui non segue alcun patto di soggezione. Pur accordandosi nel porre termine alla guerra, gli stati non sottopongono la garanzia della efficacia del patto a un potere coattivo al di sopra di ognuno di essi, e quindi non danno vita a un nuovo stato: la lega degli stati prevista da Kant è una confederazione e non uno Stato federale, e  la pace che ne deriva non è di conquista ma di accordo, non è una pace imposta con la forza ma attraverso il diritto. E' un pactum societatis tra eguali cui non segue un ulteriore patto di soggezione di tutti ad un potere superiore.
Dovere degli uomini è, quindi, lottare insieme per la costituzione repubblicana(12) e per la  pace perpetua (fine ultimo a cui tende il corso storico dell'umanità) in modo che, ad un livello superiore, gli stati stipulino il medesimo accordo di volontà che, attraverso il contratto originario, ha caratterizzato la formazione di un popolo. Dal momento che non può darsi pace perpetua senza garanzia  giuridica, gli stati devono imbrigliare alle leggi la loro "libertà selvaggia"  per trasformarla in libertà civile. Tali leggi devono essere considerate come leggi coattive, superiori ai singoli stati come, all'interno di ognuno di essi, sono superiori ai singoli uomini che, con il loro accordo, le hanno poste in essere. Come per un popolo, così per gli stati deve accadere che, al fine di sfuggire al peso della guerra ed al rischio delle violenze, si decida di entrare in una costituzione civile e di sottoporsi a leggi coattive. L'importante è avere cura, dopo essere entrati in una costituzione cosmopolitica, di non affidarla alle cure di un unico sovrano, perché, come spesso è avvenuto nel corso della storia, in quel caso sarà molto difficile evitare il pericolo di un feroce dispotismo. Per sfuggire a quel rischio mortale i popoli dovranno ricorrere ad una "condizione giuridica di federazione" in cui le singole individualità siano tutelate da un diritto internazionale stabilito di comune accordo. Il fine deve sempre rimanere quello, ineludibile, di cessazione della guerra, e per raggiungerlo, la formazione della lega dei popoli deve rispettare due limiti giuridici: quello derivante dal diritto pubblico interno che prescrive la costituzione repubblicana e quello derivante dal diritto cosmopolitico che disconosce il diritto di conquista. Secondo Kant, la lega dei popoli  deve essere lo scopo assoluto della politica dell'umanità, il fine a cui tendere se si vuole instaurare l'ideale della minima limitazione, della limitazione strettamente necessaria, della libertà umana nella società. "In definitiva però si è membri di una comunità mondiale per il semplice fatto di essere uomini: in ciò consiste la nostra "esistenza cosmopolitica". Nel giudicare e nell'agire politicamente ci si deve orientare all'idea, non all'effettualità dell'essere cittadino e con ciò anche spettatore del mondo" (13).

La sintesi fra diritto dello stato e ius gentium (il complesso delle norme egualmente osservate presso tutti i popoli civili, perché suggerite dalla ragione naturale) conduce al diritto cosmopolitico, che deve regolare il rapporto fra stati, in quanto potenze che si oppongono reciprocamente, come un rapporto fra membri ulteriori di un grande corpo unitario. Il  diritto cosmopolitico(14)  non riguarda i rapporti fra lo Stato e i suoi sudditi (diritto pubblico interno), e neppure i rapporti dello Stato con gli altri Stati (diritto pubblico esterno), ma i rapporti di uno Stato coi sudditi degli altri Stati. La massima fondamentale del diritto cosmopolitico è contenuta, per Kant, nell'universale ospitalità che comprende il diritto di ogni straniero che si trova nel territorio di un altro Stato a non essere trattato ostilmente e l'obbligo dello stesso di non approfittare dell'ospitalità che gli è dovuta, per trasformare la visita in conquista. Il diritto di visita, il diritto cioè di visitare paesi stranieri, il diritto di ospitalità e di temporaneo soggiorno e i doveri reciproci, rispettivamente degli individui e degli Stati, hanno un unico scopo, che è quello di contribuire alla instaurazione della  pace universale.

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