Jeremy Bentham - Il potere dello sguardo

Bentham, violentemente ostile al gigantesco sperpero costituito ai suoi occhi dalla deportazione, nel 1786 propone il Panopticon,  ovvero  il progetto di una casa d'ispezione fondata sul principio dell'ispezione centrale, della sorveglianza generalizzata e di una rigorosa organizzazione dello spazio. Il principio del progetto architettonico è noto: alla periferia una costruzione ad anello; al centro una torre tagliata da larghe finestre che danno sulla facciata interna dell'anello; l'edificio periferico è diviso in celle, che occupano ciascuna tutto lo spessore della   costruzione ; esse hanno due finestre, una aperta verso l'interno, che corrisponde alle finestra della torre ; l'altra, verso l'esterno, permette alla luce di attraversare la cella da parte a parte"(1). Il sorvegliante dalla torre centrale ("l'apparente onnipresenza dell'ispettore…unita all'estrema facilità della sua presenza reale"(2) costituisce il fulcro dell'esercizio del potere) controlla ogni cella, in cui è possibile  rinchiudere "un folle, un malato, un condannato, un operaio o uno scolaro" . Per l'effetto di controluce, dalla torre si vedono le sagome prigioniere nelle celle della periferia, che si stagliano nella luce :  "unità spaziali che permettono di vedere senza interruzione e di riconoscere immediatamente" .

Poco importa a Bentham la morale o l'umanità; ciò che gli importa davvero è l'efficacia al minor costo, in nome dell'utile . Nella sua ottica, le regole morali e giuridiche devono servire a procurare  il massimo della felicità possibile al più gran numero possibile di uomini . Se la felicità, intesa come sinonimo di piacere, è, dentro la sfera della sensibilità, un bene misurabile, proprio com'è misurabile dal denaro il valore della merce o del lavoro, allora si può misurare l'utilità di un'azione in base al piacere o al dolore (quantificati nella sua "tavola per le misurazioni") che produce nel sistema di scambi tra individuo e società(3). Questa aritmetica degli interessi, applicata dal filosofo alla quotidianità della propria esistenza, è alla base della sua analisi della filosofia del diritto penale : punire un delinquente che ha causato sofferenza, significa, oggettivamente, aumentare le sofferenze nel mondo, a meno che la punizione inflitta non sia un mezzo per evitare una sofferenza più grande o per aumentare la felicità generale . La pena, dunque, non deve mirare al castigo del delinquente (tutti gli attentati al corpo sono contrari all'utile che può derivare dall'impiego della sua forza produttiva) ma a fornire, a lui e agli altri cittadini, vari deterrenti per non incorrere nel crimine, e cioè per non causare altra sofferenza .

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